Understone

Tutte le parole. Specie quelle che non dirò mai.
mercoledì, 28 maggio 2008

19 luglio 2008

noi saremo a sentire e vedere quest'uomo. in quel di milano.

immagino non sia estremamente probabile che qualcuno di voi lettori abbia venduto un rene o parte della milza in cambio di un biglietto, ma se putacaso fosse possibile per qualcuno farci ciao ciao con la manina da una fila all'altra (e aspettate di sapere quale sarà la nostra, che-per-scaramanzia-non-posso-dirlo), sono graditi segnali di fumo. glitterati.

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categoria: musica


mercoledì, 21 maggio 2008

gomorra

e alla fine ieri sera siamo andati a vederlo.

non è facile parlarne, e non lo è per ragioni diverse.

non ho voglia di giudicare il film, perché non è questo quel che conta. mi è rimasto un velo di tristezza incollato addosso, e non so neppure analizzarlo.

tristezza, sì, e non rabbia. non è rabbia, perché non mi è stato rivelato niente che già non si sapesse. e non so se è perché napoli la conosco bene (per quanto sia possibile per chi di napoli non è) o per il fatto che di certe cose si è cominciato a parlare già da tempo, e chi non sa è perché non vuole, o perché finge (con se stesso o con gli altri, con gravità definibili in funzione della posizione ricoperta).

tristezza per quelle vite, per quelle facce, per quelle voci. tristezza e pianto in gola, a ripensarci, per la sensazione di impotenza, assoluta. di fronte a un universo in cui non esiste infanzia, non esiste affetto, non esiste coesione cui far riferimento. sopravvivenza, e null'altro. la camorra ci viene mostrata per quello che è: violenza, guerra, soldi, squallore. dei luoghi e delle anime. non c'è mito, non c'è onore, non c'è legame affettivo che persista. qualunque idea romantica viene demolita, ed e questa è la forza del film, immagino anche del libro.

ma proprio per questo, paradossalmente, non c'è alternativa. non c'è nulla di positivo, per quanto distorto, cui fare appello per attuare un ribaltamento. vorrei non averlo pensato, vorrei che non fosse così. è un vuoto, reale a tutti i livelli, quello che andrebbe colmato. da dove si dovrebbe cominciare?

e in un momento in cui si parla ossessivamente di "certezza della pena" e di "emergenza sicurezza", ecco, io torno a chiedermi perché l'emergenza non sia mai scattata, in quei caseggiati, in quei quartieri, in quelle città, in cui napoletani scannano napoletani. la domanda è ovviamente retorica.

(e sì, anche io voglio la certezza della pena. per quegli industriali (del nord) che firmano contratti "clean" per la rimozione dell'amianto, per tutti quei politici condannati per collusione mafiosa o perché "costretti" al favoreggiamento. sì, sono giustizialista.)

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lunedì, 12 maggio 2008

no blog for old women (seconda parte). Ovvero: Il treno per il Darjeeling

l'impresa è ormai al di fuori della mia portata, totalmente.

non ce la posso fare, gli arretrati sono troppi, e comicio a sentirmi confusa.

in ri-tardo, in ri-tardo, in ri-tardo. e solo perché non-ho-disciplina.

la mia vita mentale è sempre drammaticamente avanti quella che è la vita pratica. e così ne rimango unica destinataria, che palle. e questo avviene in ogni campo, dal progettare l'istallazione di zanzariere (vi prego, un moto d'affetto e comprensione: stasera ho ammazzato una scolopendra, che se ne andava a spasso sulle piastrelle verde acqua. ho spostato la lavatrice, in un moto adrenalico, e l'ho uccisa a scarpate. io non voglio più passarci.), all'ideare post, recensioni, racconti, viaggi, lavori, incontri e cene in cui tutto sia curato nei minimi dettagli. e computo liste, e liste di liste da computare. e sogno tantissimo, da sveglia e durante il sonno. e faccio l'elenco di tutte le questioni che non si possono rimandare, e cerco di capire come sia possibile vivere in italia, nel mondo, oggi, e mi illudo di trovare le risposte. che rimangono appese alle mie buone intenzioni. capirete che sono esausta.

poi, per fortuna, leggo libri e guardo film.

giuro che un po' mi sento in colpa, ma davvero ci sono cose che rendono il mondo un bel posto. che possono renderti felice. nonostante le scolopendre.

e allora, salto tutti gli arretrati (e dico solo che La famiglia Savage è salito per me ai primissimi posti della classifica 2008, che Juno è una furbata (un bel po') irritante, che Persepolis dovrebbe essere visto (e letto) per legge e che la visione di Cous cous è stata la cosa più simile alla tortura che io abbia provato negli ultimi quattro anni) e parlo direttamente del film di Anderson.

Ne Il treno per il Darjeeling Anderson mostra la vita e l'amore e la famiglia esattamente per quello che sono, con le debolezze e le storture e gli automatismi buffi, grotteschi e dolorosi. E mentre sei lì che sorridi delle disgrazie altrui, ecco formularsi il bizzarro pensiero "è così che dovrebbe essere, è così che vorrei che fosse". Una sorta di modello idealizzato nella sua realissima imperfettibilità. A cui, assurdamente, ti trovi ad aspirare.

Più imperfezione nella mia vita, per favore.

Ora, quella delineata è l'impostazione sottostante l'intera opera di Wes (sì, siamo amici). Se non vi piace, sono addolorata, non posso fare niente per aiutarvi. Se invece siete tra quelli che avrebbero voluto nascere Tenenbaum o che hanno pianto nel sommergibile di Zissou, non venitemi a dire che avere un Whitman come migliore amico sarebbe un lusso inutile, un vezzo da collezionista.
Dire che Anderson, nel suo ultimo film, ripete se stesso è come dire di Picasso che il periodo blu è un pochino troppo azzurro, o a Mirò che la piantasse di stilizzare donne e uccelli e stelle ad asterisco. Anderson ha una cifra stilistica, un linguaggio, tematiche di riferimento. Anderson ha carrelli, colori, invenzioni. Personaggi che portano in giro voci e facce cui sembrano non abituarsi mai, ragazze che scappano e uomini che le inseguono, anche quando sembra che accada l'inverso. Bestie feroci che finiscono addomesticate, o che condividono l'umanità delle loro prede potenziali.

In fondo (e so che qualcuno lo ha detto meglio, ma non so chi e cosa sto citando), le storie che valgono la pena di essere raccontate raccontano tutte la medesima cosa, e le storie che in qualche modo ci colpiscono lo fanno perché riconosciamo (forse inconsapevolmente) pezzi di noi, tra le righe, o tra gli accordi, o sullo schermo. La specificità non sta nel cosa, ma nel come.

Chi dice che Il treno per il Darjeeling ha struttura esile, o che ripete i Tenembaum o Zissou, non coglie, a mio avviso, che la superficie, e lo fa pure malamente. Intendiamoci, sono tre capolavori, una trilogia familiare che presenta tre diversi punti di vista (più "verticali" e parentali i primi due, nel subire o cercare l'identificazione con genitori-dei, più "orizzontale" e filiare questo, nel presentare la ricerca dell'indipendenza, tramite il superamento dell'identificazione). Ma ne Il treno il risultato è, per me, superiore, per compattezza e coerenza. La struttura è perfetta, i tempi assolutamente cadenzati in un ritmo secondo cui ogni sviluppo successivo (o precedente, in un'ottica intradiegetica) è accuratamente preparato dalle sequenze che precedono, il cui significato giunge a compimento, o a stravolgimento, pur senza che esse perdano salienza esaustiva. L'alternanza di registro, umoristico, comico, drammatico e persino metanarrativo, è così perfetto, da renderti assolutamente permeabile a ogni svolta, lasciandoti indifeso e col groppo in gola, ma allentando la tensione quando il pathos potrebbe indulgere in retorica.

"adesso ci starebbe bene il fischio di un treno in lontananza".

"mhh, a dir la verità, no"

"sai, darebbe fastidio"

E' la vita, quella di tutti, che vediamo sullo schermo, che va presa per quella che è, con la possibilità di perdersi pur viaggiando su rotaie, i tic transgenerazionali e gli amori che assomigliano a genitori che non sono mai all'altezza. Ma che acquisisce un senso se accettata nelle sue schizofrenie incontrollabili e condivisa con chi ne valga la pena. Il meccanismo va smontato, sdrammatizzato, ricomposto. Siamo il risultato di chi ci ha preceduto e di una serie di eventi inaspettati, conoscere la nostra eredità equivale a liberarcene. E allora potremmo ridere del fatto che ordinino pollo al nostro posto, e alzare la mano se vogliamo la minestra. E chiederci quale sia l'inizio di una storia di cui abbiamo la fine, o renderci conto che il finale è ancora tutto da scrivere. Ovviamente, con personaggi del tutto immaginari.

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categoria: memories, cinema


martedì, 06 maggio 2008

dichiarazione d'amore

mentre attendo che la vita riprenda a ritmo normale, post-ponte, post-casa da sistemare, post-lavoro in continua emergenza, non posso non dire del mio totale e irreversibile innamoramento (sorriso stampato, occhi lucidi, propensione al pianto di gioia e sottile nostalgia):

questo film è, assolutamente, un capolavoro.

giurò che ne scriverò. e lo so, eh, che manca la seconda infornata delle recensioni in sintesi (si fa per dire).

ma, insomma, Anderson (quello vero) è tornato, con quello che, al momento, è per me il suo film migliore. ok, forse il miglior film di Anderson è quello che hai appena visto.

ma, santiddio, io-voglio-essere-su-quel-treno.

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categoria: memories, cinema


lunedì, 21 aprile 2008

e poi, sei cose piccole ma buone

ché  ci sono, e rendono il mondo un bel posto.

è la mia prima catena, ovviamente passatami da iosif (molti i significati di questo "ovviamente";  non posso mica spiegarvi tutto).

se non ricordo male, il regolamento:

  1. citare chi ti ha passato la catena (fatto);
  2. inserire il regolamento (in via di esecuzione);
  3. scrivere sei cose che ti piace fare (farollo);
  4. nominare sei persone a cui passi la catena (farollo?);
  5. scrivere un commento nel blog dei sei prescelti (come al punto 4).

sono andata a memoria, in una versione telematica del telefono senza fili. assolti i miei primi obblighi, si comincia:

1. ballare. e intendo muoversi a tempo su una musica che sia musica, cui si è già affezionati, possibilmente in casa, possibilmente piroettando, saltando e costruendo coreografie. da sola, se fingo di non aver lasciato la danza classica. con iosif, se fingo di essere finita nei favolosi anni sessanta (o cinquanta?).

2. partire di notte e arrivare al mattino. è vero, mi si potrebbe obiettare che tanto io faccio il passeggero. mica dormo, però (mi assopisco, appena appena, verso le cinque del mattino). viaggiare per tutta la notte, nel buio, vedere albeggiare. mettere dischi e lasciare che la strada proceda. è che da bambina era questo, viaggiare. nessun altro mezzo può avere un sapore migliore.  

3. leggere un libro, non riuscire a staccarmene, sentire che i personaggi entrano nella mia vita, sapere che ad ogni pagina se ne stanno andando un po’, desiderare la fine e temerla, in un bilanciamento tra felicità assoluta per l’incontro e malinconia e dolore per l’anticipazione della perdita. quando l’incontro è proprio perfetto, piangere, all’ultima pagina.

4. immergersi in un film, l’emozione che precede il buio in sala (o in salotto), l’attesa, prender confidenza con i volti (magicamente nuovi, anche se già visti), riconoscere qualcosa che già so, ma in quel modo nessuno me l’aveva mai mostrato. aver voglia, quasi subito, di ricominciare la visione, e sapere di aver trovato una radice nuova.

5. fare tardi, la notte, sapendo che prenderò il caffè nel primo pomeriggio (possibilmente a letto, possibilmente con la panna). e fare tardi mangiando, parlando, guardando film, parlando, guardando film. e un sacco di altre attività.

6. parlare. per ore, con le persone a me più care o sorprendentemente con gente appena conosciuta. sentire che posso dire qualsiasi cosa, e che verrò capita. sapere che il linguaggio è il medesimo, e non c’è bisogno di traduzione.

a chi passo la palla?

  1. ossimoro73 (che credo si divertirà)
  2. viridian (che non so se ne ha voglia, ma credo scriverebbe cose belle)
  3. yukiko (che forse si scoccerà, ma mi piacerebbe leggere il suo elenco)
  4. erbasalvia (che molti non leggeranno, e mi dispiace)
  5. juditta (che è come se già lo avesse fatto)
  6. ubikindred (che mi maledirà)

a voi (forse).

update della presa di coscienza: chiedo scusa a juditta. non è "come se già l'avesse fatto". ci ha scritto una storia, e io sono rincoglionita. facciamo che vale ugualmente?

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categoria: memories, vita da blogger


lunedì, 21 aprile 2008

come lacrime nella pioggia?

ok, un esperimento piccolo piccolo:

quanti di voi hanno sentito in un qualunque tg la notizia che Sarkozy ha stanziato 60 milioni di euro (il doppio dello scorso anno) per l'emergenza fame nei paesi in via di sviluppo, invitando l'intera comunità europea ad una pianificazione che permetta di avviare soluzioni collettive per i 37 paesi coinvolti?

di questa notizia (di per sè, tra l'altro, mica particolarmente eccezionale o entusiasmante, pure gli Stati Uniti stanziano milioni di dollari per fronteggiare un'emergenza di cui sono largamente responsabili), sentita per puro caso su Radio Capital, ho trovato con difficoltà conferma in rete.

tuttavia, non riesco in nessun modo a rintracciare la seconda parte del comunicato (ufficiale, secondo i giornalisti della radio), in cui il Presidente francese chiede alla Comunità Europea di incentivare agricoltura e allevamento sostenibili (!) e agli Stati Uniti l'attuazione pratica del Protocolo di Kyoto (!!).

Ora, non sostengo che Sarkozy (che pure, pare, è tra i pochi a porre condizioni alla Cina, in vista della cerimonia olimpica) abbia promosso iniziative mirabolanti (per quanto, nelle vesti di Presidente di Stato europeo, il suo appello non sia proprio da gettare). Sostengo, invece, la gravità dell'assolutà invisibilità della notizia. Che se non è straordinaria di per sé, concorrerebbe a tener desta l'opinione pubblica, e a ridisegnare l'agenda-setting dei governi nazionali e internazionali.

Ma l'opinione pubblica non esiste più. E' tempo dell'emozione condivisa, del televoto (perché noi valiamo), e della paura collettiva. E di tiggì e ggiornali che urlano all'emergenza stupro, che mi dicono che non posso uscire la sera e che là fuori la mia vita, tra sbandati ed immigrati (ossia, immigrati sbandati), è diventata impossibile. DEVO aver paura. ma ci penserà Calderoli, d'ora in poi. che culo.

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categoria: from italy


un po' di m(e)

Blogger: emmeblog
AMO i libri, poter dormire fino a tardi, poter far tardi sapendo che poi potrò dormire, i giochi di parole, le coincidenze, scrivere a matita, ballare, non sentire che sono passate quattro ore, vedere film fino al mattino, il venerdì sera, la neve (ma non in città), la luce bassa, non dover dar spiegazioni, le parole buffe, sapere cose nuove, la doccia bollente anche d'estate, salire sopra un albero, la casa di campagna di quando ero bambina, dormire in roulotte, cenare a casa, i letti grandi, le vacanze, le case calde, gli acquerelli, i colori a tempera, i cavalli, i gatti, affezionarmi ad una musica, il gioco degli occhi. DETESTO alzarmi quando è freddo, chi fa rumore con le unghie, chi invade il mio spazio fisico, chi invade il mio spazio mentale, chi si infila le mani in bocca dopo mangiato e gli stuzzicadenti, i dogmi, chi cerca di vendermi le cose, chi mi urla addosso, chi mi dice che la vita è anche una cosa pratica, le luci al neon, sentirmi fuori posto, chi dice che il congiuntivo non serve più, gli autobus affollati (TUTTO quel che è affollato), chi parla al cinema, i soprammobili e i centrini, i serpenti, il silenzio se ho voglia di parole e le parole se ho voglia di silenzio, i libri sottolineati con la penna, la domenica.


NON ABITUA(R)TI

io non mi abituo!



m-libri, m-film, m-album

ora, come si fa una lista? intendo in html, eh.

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